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Francesca da Rimini
«Poema di sangue e di lussuria», come la definì il suo autore, la ""Francesca da Rimini"""" è una tragedia in versi rappresentata per la prima volta al Teatro Costanzi di Roma il 9 dicembre 1901 dalla compagnia di Eleonora Duse, con la «divina» nella parte della protagonista e Gabriele D'Annunzio nel ruolo di regista. Nel testo teatrale rivivono gli amanti immortali di Dante attraverso la versione romanzata della tragica storia raccontata da Boccaccio nella sua esposizione del quinto canto dell'Inferno, e si introducono interessanti novità, come la schiava cipriota Smaragdi e il fosco Malatestino, innamorato respinto da Francesca, che per vendetta si fa delatore dell'adulterio presso il fratello maggiore Gianciotto Malatesta. In questa nuova edizione, il fitto commento del curatore mette in luce gli innumerevoli riferimenti storici e letterari disseminati nel testo poetico (la Commedia in particolare), facendo emergere l'accurato lavoro compiuto da D'Annunzio, che per la sua tragedia si documentò scrupolosamente con l'obiettivo dichiarato di rendere vivi e palpitanti i suoi drammatici personaggi."" -
La santa impresa. Le crociate del papa in Ungheria (1595-1601)
Le spedizioni che tra Cinque e Seicento presero via in Ungheria contro i Turchi costarono la vita a Giovan Francesco Aldobrandini, nipote di papa Clemente VIII. Tre campagne militari a sostegno dell’imperatore Rodolfo II d’Asburgo porteranno gli eserciti pontifici dalla gloria alla ritirata tra la neve. L’attenzione dell’autore, che ha riconsiderato l’intera vicenda alla luce di nuovi dati emersi tra le fonti vaticane, si ferma alle poche operazioni condotte sul campo: la vittoriosa presa di Strigonia nel 1595; l’inconcludente assedio di Giavarino del 1597; la durissima campagna sotto Canisa nel 1601. Per il papa e la sua segreteria prendeva forma l’antico sogno crociato ma con nuovi obiettivi: non più quello, irraggiungibile, di riconquistare Gerusalemme, ma quello di fermare l’avanzata turca e contrattaccare puntando direttamente a Costantinopoli, capitale dell’impero del Sultano dal 1453. -
Idolatria. I falsi dèi del nemico
Idolatra! Con quest’accusa l’infedele può diventare il nemico. Chi difende l’unico dio indica la colpa del proprio avversario: tu adori falsi dèi! In nome di questo peccato si scatenano guerre, vengono anneriti i dipinti, colpite le statue; le rovine di civiltà sepolte vengono distrutte, colpevoli di portare le tracce di idoli fasulli. L’accusa di idolatria è stata usata contro i pagani ma anche nei confronti di ebrei, cristiani o musulmani. È antica quanto il monoteismo eppure non è scomparsa. Questo libro ne ripercorre la storia: dalle prime attestazioni ebraiche, ai padri della chiesa, fino all’avvento dell’Islam; poi il Nuovo Mondo e i suoi simulacri, lo scontro tra protestanti e cattolici, e infine il Settecento dei lumi, quando l’idolatria smise di essere uno strumento per giudicare altre religioni. Almeno per un certo tempo: perché gli anni a noi più vicini hanno dimostrato che gli dèi son ben più tenaci di quello che molti storici avevano supposto. E qualcuno ne ha ancora paura. -
Ezio
"La storia spesso trascura di raccontare in modo adeguato la vita di uomini illustri che restano singolarmente sullo sfondo degli avvenimenti, e questo è il caso di Ezio, l'ultimo grande generale di Roma, la cui biografia può essere si ricostruita ma con forti lacune che ne lasciano spesso intravvedere soltanto un'arida successione di avvenimenti. Non esistono infatti per la sua epoca opere di ampio respiro, come ci saranno per il secolo successivo, e la maggior parte delle notizie è affidata a scarne cronache, che non ci consentono di conoscere più di tanto il personaggio. Ezio fu il generale più eminente della sua epoca travagliata e può sicuramente essere definito l'ultimo dei Romani, un «antico romano», come comunemente si dice, vissuto quando l'impero era ormai ridotto a una pallida ombra di ciò che era stato. Edward Gibbon scrisse di lui che era 'l'uomo celebrato universalmente come terrore dei barbari e baluardo della repubblica di Roma' e gli stessi giudizi elogiativi si colgono negli storici dell'antichità..."""" (Dalla prefazione)" -
Cleopatra. Regina dei re
La vita inimitabile della regina più potente del mondo antico.rnBella d’un fascino che ammaliava chi la incontrava, tanto colta e poliglotta da poter offrire una compagnia irresistibile a chi le parlava, estroversa coraggiosa intelligente e astuta, spregiudicata e saggia, scandalosa e disperata, fragile e spietata, maestra nei trucchi della seduzione, madre premurosa nella cura dei figli, pronta allo scherzo quanto alla guerra, allo stratagemma e al gioco, alla minaccia come alla promessa, così la presentano gli antichi: è Cleopatra, ultima Lagide sul trono d’Egitto, la regina “inimitabile”, la più grande del mondo antico. Il libro racconta la sua vita e soprattutto la storia dei ventuno anni che la impegnarono prima nella lotta per il potere contro gli intrighi di palazzo e quindi nei rapporti con la sua gente e i Romani, a difesa dell’indipendenza del suo regno e della gloria dei Tolomei, nel gioco d’amore e guerra che la fece, unica donna in un mondo di uomini, protagonista del suo tempo. -
Gregorio VII
Gregorio VII è stato tra le figure più rilevanti e influenti del Medioevo. Fu Papa dal 1073 al 1085: un decennio noto come età gregoriana, età di guerre, scomuniche e riforme. Il suo pontificato mutò profondamente i rapporti tra Papato e Impero, attraverso il Dictatus papae. Gregorio rivendicò la necessità, da parte degli imperatori di sottomettersi al Soglio pontificio. Fu un riformatore, secondo alcuni un eversivo, sicuramente in lui e attraverso di lui presero corpo processi che avrebbero condotto la cristianità o l’Europa alle origini della modernità, e soprat- tutto pose le basi per l’edificazione della Chiesa Cattolica così come la conosciamo noi. Fu in lotta con il cosiddetto Sacro Romano Impero per le investiture, con i vescovi per debellare la piaga della simonia dalla Chiesa, con il proprio tempo per affermare l’egemonia di un potere che discendeva dal principato di san Pietro sugli altri apostoli, di cui il papa era ed è il vicario. Il suo rivale fu Enrico IV, Imperatore germanico, che da lui fu scomunicato, gli si ribellò e lo assediò. Fu testimone del terribile sacco di Roma fatto dai Normanni nel 1084, dopo il quale fuggì in esilio a Salerno. Sulla sua tomba, nella Cattedrale di Salerno, sono state riportate le sue ultime parole: ""Ho amato la giustizia e ho odiato l’iniquità: perciò muoio in esilio""""."" -
Per una nuova edizione commentata della «Divina Commedia»
Perduto ogni autografo di Dante, la costituzione del testo delle sue opere rappresenta un antico problema, non meno arduo di quello del commento. La nuova edizione commentata della Divina Commedia, curata da Enrico Malato per la NECOD - promossa dal Centro Pio Rajna per il settecentenario della morte del Poeta - si caratterizza non solo per il nuovo commento, ma per la profonda revisione del testo del poema, che comunemente si legge nella forma fissata da Giorgio Petrocchi nel 1966-'68. In attesa dell'editio maior (NECOD), prevista in uscita nel 2021, quel testo viene anticipato in una editio minor («I Diamanti») di cui si offre ora la ""giustificazione"""" nel saggio che qui si presenta."" -
La falsa inimicizia. Guelfi e ghibellini nell'Italia del Duecento
La narrazione dell'esilio di Dante, i neoguelfi e i neoghibellini risorgimentali, le polemiche attuali sulla faziosità come carattere distintivo e immutabile degli italiani sono solo alcuni esempi di come la memoria delle lotte fra guelfi e ghibellini ha condizionato attraverso i secoli la nostra cultura, fino a ridursi ad un luogo comune, privo di qualsiasi aggancio alla realtà storica del tempo. Con questa espressione, infatti, si indica oggi una contrapposizione cieca e ideologica fra due parti animate da odio reciproco e fra le quali ogni dialogo è impossibile. Il quadro dell'Italia duecentesca, invece era molto più complesso. Questo libro mostra che guelfismo e ghibellinismo furono fattori di divisione interna, ma anche di coordinazione esterna: l'adesione alle parti creò infatti per la prima volta legami politici di dimensione peninsulare, superando la divisione fra il centro-nord comunale e il Regno di Sicilia nel meridione. Ancora, constateremo che la contrapposizione tra le due parti era tutt'altro che ideologica e aprioristica. Nel periodo qui preso in considerazione, l'appartenenza ai due schieramenti non prevaleva quasi mai sui reali interessi locali: guelfi e ghibellini si potevano alleare fra loro contro altri guelfi e altri ghibellini, vi erano guelfi bianchi contro guelfi neri, ma anche ghibellini contro altri ghibellini, vi erano molti cittadini che restavano fuori dalle logiche di parte e premevano per la conciliazione, vi erano - e pochi se ne stupivano - papi ghibellini e imperatori guelfi. -
Olimpiade regina di Macedonia. La madre di Alessandro
La prima biografia sulla grande regina, madre di Alessandro MagnornrnOlimpiade fu tra le figure più carismatiche e influenti del mondo antico, ricoprì un ruolo fondamentale nella storia greca, in quanto moglie di Filippo il Macedone e madre di Alessandro Magno.rnVisse in un’età di espansione per la Macedonia del consorte; in cui l’Epiro di suo fratello, il Molosso, si proietta sull’occidente italiota, istituendo relazioni con Roma; in cui il figlio, Alessandro si proclama successore dell’impero ecumenico dei persiani, esportando una nuova cultura, che sarà quella ellenistica.rnOlimpiade fu il tramite tra il Molosso e Filippo, e quindi tra le due sponde adriatiche, tra oriente e occidente. Donna dalla sensibilità esasperata, dedita a rituali e culti misterici, orfici e dionisiaci, orgogliosa delle sue mitiche ascendenze troiane, esclusiva nel rapporto con il figlio, che l’amò profondamente a dispetto delle irruenti iniziative politiche. Si macchiò di sangue uccidendo anche suoi stretti congiunti, pur di garantire al figlio la successione al regno paterno, e al figlio del figlio l’eredità del genitore.rnDurante la conquista dell’Asia, Olimpiade e Alessandro restarono in rapporto epistolare, con lettere che ci informano sul presunto mistero del conce¬pimento divino del grande conquistatore, che ci ragguagliano sui difficili rapporti della donna con il reggente di Macedonia, che ci dicono dell’apprensione della madre per la salute del figlio, il quale, da parte sua, la rassicura e la mette al corrente delle sue continue scoperte scientifiche e geografiche ed etnografiche. Lorenzo Braccesi ci propone il primo ritratto di una figura cruciale per la storia della Grande Macedonia e dunque del mondo antico. -
Desiderio
Desiderio, ultimo re dei Longobardi, segnò con le sue gesta la storia d’Italia. Ricordato come barbaro, fu l’emblema e l’ultimo fulgore di una civiltà che per due secoli fiorì in Italia e le cui tracce permangono nel patrimonio artistico di città come Brescia, Pavia, Benevento, Salerno. Come duca di Tuscia conquistò il potere, stabilendosi a Brescia nel monastero di San Salvatore, da cui regnò sull’Italia dell’VIII secolo. Durante il suo lungo regno fu prima protetto dai Franchi e difensore del papato, quindi alleato di Carlo Magno, e poi, infine, nemico dei papi e di Carlo. Vinto alle Chiuse di Susa dai Franchi, Desiderio fu assediato a Pavia, finché nel giugno del 774, arresosi, fu rinchiuso nel monastero di Corbie, dove poco dopo morì. Dopo essere stato sconfitto da Carlo Magno, il suo regno fu subordinato a un potere esterno alla penisola italiana, sancendo la nascita della dominazione territoriale della Chiesa di Roma. Si propone una narrazione degli ultimi vent’anni di storia del Regno longobardo diversa da quella scritta dai vincitori della complessa partita che si giocò in Italia nella seconda metà del secolo VIII. -
Fiume 1919. Una guerra civile italiana
D’annunzio a Fiume rnrnLa fine del primo conflitto mondiale aveva lasciato in eredità al vecchio continente tensioni tra vinci-tori e vinti, la convinzione che i trattati di Versailles avessero tradito non solo lo spirito della «pace giusta» promessa dal presidente Wilson ma anche le aspettative di rinnovamento (o di grandezza) che avevano spinto molti europei a cercare la guerra. La pace si rivelò un fallimento anche per molti italiani, soprattutto per i giovani. La nuova Italia uscita dalla Vittoria non sembrò a molti quella gloriosa potenza imperiale, ammirata e rispettata, che si aspetta-vano. La questione di Fiume, la città portuale, italiana di cultura, che il governo di Roma aveva omesso di chiedere tra i compensi per l’intervento del 1915 e il cui destino era appeso a pazienti discussioni con i vecchi alleati, sembrò catalizzare tutte le delusioni, le umiliazioni e le ingiustizie di un dopoguerra amaro. Su di essa finirono per convergere le frustrazioni di una generazione di giovani che si sentiva mortificata da un olocausto apparentemente inutile, oltre che le ansie e le velleità di una galassia di spiriti bizzarri e insoddisfatti (intellettuali, artisti, avventurieri di ogni risma) che la fine delle battaglie aveva lasciato senza un palcoscenico. Questo libro racconta per la prima volta la questione fiumana nel contesto internazionale di un’Europa in crisi, squassata da rivendicazioni nazionali e generazionali e scossa da guerre non dichiarate tra gli stati successori degli imperi dissolti dal primo conflitto mondiale. Lungi dall’essere una questione italiana (o italo-slava), Fiume fu un teatro mondiale, la messa in scena di una comunità di giovani sedotta dalle parole di cattivi maestri e convinta di poter scatenare la rivoluzione contro il vecchio ordine. -
«L'Italia chiamò». Goffredo Mameli poeta e guerriero
Il poeta guerriero e la costruzione dell’identità nazionale.rnrnUn libro che, attraverso una scrittura biografica, cerca di rivivere la stagione risorgimentale senza cadere in facili miti e nei luoghi comuni del patriottismo. Suddiviso in quattro sezioni, nella prima si analizzano il contesto familiare di Goffredo Mameli e l’ambiente della sua crescita; si tratta di fattori assai importanti considerando le forti personalità che vi agiscono.rnLa seconda parte è dedicata alla formazione di Mameli fino alla giovinezza, alla sua maturazione intellettuale e politica con l’essenziale punto di riferimento nel pensiero e nell’azione di Giuseppe Mazzini. Da questo intenso incontro nasce la stesura dell’Inno.rnLa terza sezione del libro esamina l’azione intellettuale e politica di Mameli, il suo impegno attivo pronto allo scontro, da Genova alle Cinque Giornate di Milano, fino alle esperienze in Toscana e nella Prima Guerra d’Indipendenza .rnLa Questione Romana, la nascita della Repubblica Romana, l’insurrezione e la strage di Genova, le battaglie combattute fino alla morte e la successiva caduta della Repubblica Romana sono lo sfondo storico della pur breve ma straordinaria parabola di vita di Goffredo Mameli, erede del programma mazziniano.rnIl capitolo conclusivo “La gloria del maestro” intende sottolineare la novità di una biografia connotata finalmente dal desiderio di prefigurarernnell’Inno l’azione di un popolo. -
Neruda
«Nessun poeta dell'emisfero occidentale del nostro secolo - ha scritto Harold Bloom - regge un confronto aperto con lui». Il libro ricostruisce le tappe esistenziali e le opere di Neruda, a partire dalle raccolte giovanili ""Crepusculario"""" e """"Veinte poemas de amor..."""" e racconta gli incontri con Borges, lo scrittore Guillermo de Torre e il poeta César Vallejo nel viaggio verso Oriente, dove Pablo soggiorna come console, mentre nascono le prime liriche di """"Residencia en la tierra"""" che inaugurano una nuova scrittura. Quindi descrive la stagione di Neruda a Madrid, accolto con successo da García Lorca e i rappresentanti della Generazione del '27 e la maturazione politica del poeta a favore dell'impegno sociale e della Repubblica durante della guerra civile spagnola, che ispira il libro """"España en el corazón"""". Negli anni Cinquanta, inseguito da un ordine di cattura del Presidente González Videla, Neruda raggiunge Parigi, quindi l'Italia e l'isola di Capri, dove vive il romanzo d'amore con Matilde Urrutia, reso noto dal film Il postino. Il capitolo finale, dopo la scoperta dei crimini di Stalin e l'adesione all'utopia socialista di Salvador Allende, racconta l'ultimo amore segreto del poeta, descrive il libro inedito """"Álbum de Isla Negra"""", ricostruisce i giorni della morte e la leggenda del suo possibile avvelenamento..."" -
Le custodi del potere. Donne e politica alla fine della Repubblica romana
Nell'antica Roma le donne non ebbero mai accesso alla carriera politica. Il modello di comportamento proposto alle matrone dal periodo arcaico fino all'età imperiale le escludeva da qualsiasi partecipazione alla vita della comunità, identificando nella casa la sede appropriata delle attività femminili. Nondimeno, tra la fine del II e il I secolo a.C., periodo segnato da lunghe guerre civili, gli uomini disertarono le sedi tradizionali della vita istituzionale, e sempre più di frequente le residenze private divennero il luogo delle decisioni e le matrone si sostituirono ai loro uomini, intervenendo in questioni di stato. In circostanze eccezionali portarono le proprie istanze anche all'esterno, nei luoghi tradizionali della politica e pressoché esclusivamente maschili: le strade di Roma, il foro, gli accampamenti militari. Diversi i contesti e le modalità della loro azione: la stipula o lo scioglimento di accordi matrimoniali, gravidi di ripercussioni politiche; l'educazione dei figli ai valori familiari e collettivi; la custodia della memoria gentilizia; il consiglio ai propri uomini su questioni di interesse comune; le incursioni nella vita militare. Esito di un periodo connotato da tratti di emergenza, tali iniziative non segnarono una svolta nella prassi politica romana; tuttavia l'intervento normalizzatore di Augusto, sedate le guerre civili e instaurato un nuovo modello di governo, tenne conto di queste esperienze, che influenzarono la condizione e l'azione delle donne della famiglia imperiale. -
«Secolo che ci squarti... secolo che ci incanti». Studi sulla tradizione del moderno
Il libro esamina episodi cruciali della tradizione del moderno quale si è venuta configurando nel Novecento italiano. Al centro dell'indagine la Grande Guerra, l'intreccio tra letteratura e scienza, la fusione tra le arti, le nuove percezioni dello spazio e del tempo, il modo in cui importanti autori del 'secolo breve', commentando classici del passato remoto e prossimo, interrogano se stessi. Sul proscenio Comisso e la sua avventura fiumana, l'antibellicismo di Palazzeschi, i futuristi interessati a coniugare apocalisse e rigenerazione dell'arte, a celebrare l'instantaneità del cinema, a proclamare una scienza che amplifichi l'ignoto, ad intensificare la creatività dell'avanguardia attraverso le invenzioni dello ""scugnizzo"""" Cangiullo. E poi Quasimodo che discute del dualismo tra politica e poesia, Domenico Rea e La Capria, severi interpreti di Eduardo, il Dante letto da Montale, il racconto-saggio di Sciascia sulla scomparsa dello scienziato Majorana, Calvino che analizza gli 'scienziati' della letteratura latina, Primo Levi narratore della chimica e Luzi che rideclina, attraverso un confronto con i suoi maiores, una prospettiva della modernità su «conquiste altissime» e «abissi spaventosi»."" -
Kurdistan. Utopia di un popolo tradito
Dalle guerre russo-turche di fine Ottocento, passando per il Trattato di Sèvres del 1920 fino ad arrivare al voltafaccia di Trump nel 2019, i curdi sono stati continuamente traditi da un Occidente che prima se ne serve e poi li abbandona. Le donne e gli uomini che hanno difeso Kobane, che hanno strappato Raqqa allo Stato islamico costituendo una democrazia fondata sulla libertà religiosa, sulla parità tra uomini e donne e sulla convivenza tra le diverse etnie, sono diventati il simbolo dei valori che l’Occidente dovrebbe difendere. Nelle strade delle città del Rojava è possibile vedere negozi di Bibbie e crocifissi e assistere alle preghiere dei cristiani nello stesso momento in cui i muezzin chiamano i fedeli mussulmani a raccolta, le ragazze sono libere di portare o non portare il velo e frequentare la scuola senza alcun divieto o restrizione: tutto questo al centro di un’area geografica in costante tumulto. Questo libro racconta il sogno del Kurdistan: un’utopia di uguaglianza che nella Siria del Nord era sembrata possibile e che il popolo curdo non smetterà di inseguire. -
Bisanzio prima di Bisanzio. Miti e fondazioni della nuova Roma
La leggenda della città che visse tre volte.rnL’undici maggio del 330 Costantino fondò la sua Nuova Roma, meglio nota come Costantinopoli. Il sito della nuova capitale, tuttavia, aveva già una storia lunghissima, che iniziava dalla preistoria e proseguiva con la colonia megarese di Bisanzio, cruciale emporio sul Bosforo e inespugnabile avamposto contro i barbari.rnIl corpus arcaico di miti e leggende che circondava quest’antico insediamento, di cui i testi antichi ci hanno conservato tracce preziose, si trovò all’improvviso proiettato su un palcoscenico mondiale: retori, poeti, storici fecero a gara nel nobilitare queste tradizioni e nel costruire, nel passato di Bisanzio, una serie impressionante di presagi della futura grandezza. La propaganda imperiale trasformò così l’eroe fondatore Bisante, nipote di Zeus, in un nuovo Romolo, e la dea Ecate, protettrice della città negli assedi, sembrò anticipare il ruolo che sarebbe stato attribuito alla Vergine.rnE allo stesso tempo, gli antichi monumenti che rimanevano di questo passato remoto furono avvolti da leggende che li dipingevano come talismani incantatirndalla magia degli antichi sapienti. Quando i Turchi infine conquistarono Costantinopoli, nel 1453, ereditarono e rielaborarono ulteriormente questo patrimonio di miti, ipotizzando una serie vertiginosa di fondazioni e rifondazioni che iniziava con Salomone per culminare nella nascita di Istanbul. In queste pagine viene rievocata questa “storia leggendaria” di Bisanzio, una costruzione culturale che è in corso ancora oggi. -
Hanno tutti ragione? Post-verità, fake news, big data e democrazia
"È diffusa la convinzione che la democrazia supponga una certa sfiducia nei confronti della verità - della possibilità, per l'uomo, di pervenire a una qualche verità condivisa intorno a ciò che è importante per lui. La democrazia, si dice, è necessariamente relativistica: solo una concezione relativistica della verità giustifica il fatto che tutte le opinioni stiano sul medesimo piano. Poi c'è la Rete, che ha moltiplicato se non le opinioni certo la loro diffusione e circolazione, erodendo anche gli istituti della rappresentanza: se infatti tutte le opinioni si equivalgono, e se tutti ormai possono esprimersi su tutto in tempo reale, a che valgono i Parlamenti? Perché occorre ancora la mediazione dei rappresentanti della volontà popolare, se la volontà popolare può manifestarsi direttamente? Queste domande sono al cuore del libro che, nell'ordine: contesta in primo luogo l'idea che la democrazia debba disinteressarsi della verità; contesta in secondo luogo l'idea che il carattere rappresentativo delle democrazie moderne sia inessenziale e, perciò, superato; contesta infine l'idea che nello spazio della Rete siano venute meno tutte le mediazioni. Lungo questa linea polemica, la filosofia si propone come un esercizio di critica del presente, pur riconoscendosi in un detto di Robert Musil, che non si può mettere il broncio ai propri tempi senza riportarne danno""""." -
Orbán. Un despota in Europa
«Un saggio interessante che ripercorre la vita e l'ascesa al potere del primo ministro magiaro» – Il VenerdìrnChi è, come ragiona e come governa l’uomo che ha trasformato il suo paese nel primo laboratorio illiberale dell’Unione Europea?rnChe cosa ha permesso a un politico di formazione progressista di diventare il simbolo delle destre sovraniste?rnViktor Orbán si presenta come leader alternativo per l’Europa e sfida la classe dirigente occidentale sul tema del multiculturalismo. Al tempo stesso, ha costruito e gestisce un sistema corrotto e dai tratti feudali, autoritario ma basato su un ampio consenso popolare. Un sistema oggetto di critiche internazionali ma tollerato e anzi finanziato dall’Unione Europea. La parabola del primo ministro ungherese dagli anni Ottanta a oggi trascende la dimensione biografica del personaggio.rnLa sua storia riflette la crisi generale della rappresentanza democratica e illustra gli errori di prospettiva commessi dalle élites liberali e dalle politiche di Bruxelles, corresponsabili del deragliamento autoritario nell’Europa dell’Est, dove il populismo pragmatico ha un nome e un volto: quello del despota Orbán. -
La visione di Trump. Obiettivi e strategie della nuova America
Il volume si propone di descrivere gli effettivi obiettivi perseguiti da Donald Trump sulla scena internazionale, inquadrandone le scelte in una prospettiva di lungo periodo che tiene conto anche della matrice politica jacksoniana della sua azione politica. L'autore sostiene che l'elezione di Trump non sia un incidente della storia, ma piuttosto il risultato di tendenze iniziate all'indomani stesso della fine della Guerra Fredda, che hanno la loro radice ultima nella nuova struttura del sistema internazionale e nella riluttanza dell'opinione pubblica statunitense ad esercitare un ruolo di natura imperiale. l libro sostiene la tesi che ormai sta facendosi largo anche tra gli analisti americani, secondo la quale molti aspetti della strategia trumpiana siano destinati a sopravvivergli, anche se magari interpretati in futuro in modo meno brutale e sofisticato di quanto accade attualmente. Verranno quindi passate in rassegna le principali caratteristiche del progetto globale di Trump e le sue probabili declinazioni sugli scacchieri regionali più instabili, dall'Estremo Oriente al Levante. Particolare attenzione sarà riservata alle implicazioni per l'Europa, l'Alleanza Atlantica e, naturalmente, l'Italia.